Varsavia!
I pensieri di un moralizzatore
La valigia
Dovendo portare il computer, l'ho messo in valigia con la sua borsa, l'alimentatore e i cavetti; poi ho aggiunto il telefonino col suo alimentatore e la macchina fotografica col caricabatterie. Infine, ho infilato lo spazzolino e il deodorante nelle nicchie tra i vestiti e le mutande. Dulcis in fundo, lo shampoo: e qui veniamo al punto, perché proprio a causa sua ho dovuto prestare moltissima attenzione. Lo sanno tutti, con lo shampoo non possono nascere relazioni promiscue; deve restare isolato.
Eppure, ho riflettuto, questa incompatibilità ha radici profonde; non è propria dello shampoo, ma è piuttosto dovuta alla convivenza forzata in un piccolo spazio. È un fatto del tutto comune che nascano problemi, quando si sta troppo stretti; non sono risparmiate né le cose né gli animali, che abbiano o meno uso di ragione, e in effetti ne risentono le une e gli altri.
Avrei potuto richiamare a sostegno di questa mia tesi tanti esempi di vita quotidiana, ma è meglio sgombrare il campo da ogni dubbio: qui, anche prima d'aver preso l'aereo, si vola alto, si fa scienza, filosofia, arte e letteratura. Libero di vagare, il pensiero si è dunque elevato, ha fatto un giro, s'è avvitato e alla fine è caduto sull'uccello. Parlo, come avrete capito, di uno dei capponi di Renzo, il ragazzo di Lucia nei Promessi sposi; precisamente, di quello che per primo s'avventò senza ritegno sull'altro, scatenando una delle più famose e proverbiali risse della letteratura italiana.
L'episodio, purtroppo, è di dubbia interpretazione: Manzoni voleva sottolineare che gli animali si comportano come gli uomini, o che gli uomini si comportano come animali? Ho riflettuto a lungo su questa formidabile aporia, ma non ho cavato un pollo dal buco. Lo ammetto, non ho fatto passi avanti e non ho altri elementi che meritino d'essere portati in discussione; restano aperti tutti gli interrogativi.
Ad ogni buon conto, nei prossimi giorni non soffrirò di questi problemi; viaggio da solo.
In aeroporto
Aveva ragione Ialina. Al check-in in aeroporto, per accettare una borsa come bagaglio a mano, non si tiene conto solo delle dimensioni: se la valigia è troppo pesante, per quanto piccola, non la si può portare in cabina, ma va spedita e poi recuperata all'arrivo. "Lo sanno tutti", mi ha detto. Ma chi se ne importa? Avevo un piano e l'ho messo in atto con successo.
Mentre ero in fila ho completamente disfatto i bagagli e li ho ricombinati in due borse più leggere: nella valigetta ho messo il computer, gli alimentatori e altre bagattelle; nella valigia, il resto. Ce l'ho fatta per un pelo, ma in qualche modo ho passato il controllo.
Sarebbe stato certamente più comodo lasciare tutto al check-in e portare a mano il minimo indispensabile, ma ognuno ha le sue fissazioni. Io sono sempre stato terrorizzato dall'idea che la valigia possa essere smarrita o spedita inopinatamente a Timbuctu. E poi avevo appena letto che, tra le grandi compagnie, la Lufthansa ha il record di smarrimenti. Il mio volo era Lufthansa.
Per non avere problemi con il metal detector, alla dogana ho dovuto ancora aggiungere tutto ciò che avevo addosso alle tasche esterne della valigia, ma non è bastato: son dovuto tornare indietro per togliermi la cinta. Sempre meglio di come è andata alla signora davanti a me, che si è dovuta levare le scarpe e passare scalza. I controlli che si subiscono in aeroporto sono segno dei tempi e questi non sono bei tempi.
Riprendere possesso delle proprie cose dopo il controllo è impresa insieme comica e leggendaria. Avendo in mano un tubo di cartone che conteneva un poster, un libro sotto il braccio, il biglietto e la carta d'identità nel taschino, il portafoglio in bocca, tenendo sempre un occhio inchiodato alla valigia, mi sono tirato su il pantalone usando tutt'e cinque gli arti, ho allacciato la cinta con dignità e sono andato avanti.
Finalmente libero, ho rimesso l'occhio a posto e mi sono avviato al gate.
Umane debolezze
Con armi e bagagli mi sono diretto al bagno. Mi trovavo, è vero, in zona abbastanza sorvegliata, ma per prudenza ho portato tutte le mie cose con me. Sarà pure un commento sciovinista: chi lascia il bagaglio incustodito a Napoli teme l'intervento dei ladri, chi lo lascia incustodito a New York quello dei Marines. Paese che vai, paura che trovi.
Ho sistemato le borse accanto agli orinatoi, in modo da poterle quasi toccare. Tutto sommato, il pavimento non faceva tanto schifo e c'erano paratie a prova di schizzo.
Ho sempre pensato che l'uso degli orinatoi sia un grande vantaggio che noi maschi abbiamo sulle donne, perché consentono di fare ciò che si deve, in un bagno pubblico, senza toccare nulla. Io non sono un maniaco dell'igiene, ma mi piace aver salve le mani. Mi sono dunque collocato nella posizione più opportuna, ho aperto il pantalone e ho configurato gli organi necessari ad espletare la funzione richiesta.
Per motivi ancestrali sono sempre un po' lento a iniziare, soprattutto se c'è qualcuno in giro, e nella specifica situazione mi obbligo alla concentrazione come fanno i bambini, anche se l'intermediazione culturale mi costringe al pudore di pensare solamente, e non pronunciare, il fatidico "pissi-pissi". Mentre perdevo così un po' di tempo, si è piazzato a fianco a me un uomo robusto, della mia altezza, che invece non ha titubato. Ha fatto ciò che era venuto a fare e, come si conviene, ha dato una robusta scrollatina finale. Si tratta di una pratica di indubbia efficacia per l'igiene personale, poiché impedisce all'ultima goccia di restare proditoriamente avvinghiata al dispositivo di sgancio (che con termine tecnico gli ingegneri chiamano ugello) abbandonandolo poi all'interno degli indumenti intimi.
E', dunque, un'abitudine che personalmente approvo, purché l'operatore sappia eseguire la delicata manovra con sufficiente cautela. Ciascuno, secondo la propria inclinazione, ha nella vita tempo e occasioni sufficienti per impararla alla perfezione, a patto che abbia la sensibilità di non accontentarsi di risultati parziali o mediocri, e comprenda l'importanza di impegnarsi per il miglioramento della propria persona. Non c'è distinzione di ceto o di schiatta; fare pipì è cosa altamente democratica.
Il fato mi ha posto accanto ad un uomo che non aveva meditato a sufficienza su queste cose o che, forse, non si era allenato abbastanza. Lui ha esagerato con l'impeto e io ho distintamente percepito una goccia che si posava sul mio avambraccio.
Oh brillante, dorata gocciolina, tanto minuta da tenerti sospesa tra i miei peli ignari senza mutar d'aspetto, impudica mostrasti a me la tua natura vera: d'acqua non eri, e nemmeno di aranciata. La tua venuta mi ha riempito di stupore; di gioia no, questo non potrei dire.
Questo episodio ha poi aperto nella mia mente alcuni dubbi sull'opportunità di usare gli orinatoi quando c'è altra gente in giro; non si finisce mai di imparare. Lì per lì, però, non me la sono presa più di tanto; ho fatto finta di niente e, per così dire, ho tenuto acqua in bocca. Mentre mi lavavo, consideravo si fosse trattato di una specie di battesimo dell'aria e mi scappava da ridere.
La traslazione
Il mio viaggio prevedeva una tappa a Monaco di Baviera. Sono stato in questa città per due giorni, senza vederne niente, circa dieci anni fa. Non ricordavo quanto fosse elegante e silenzioso il suo aeroporto. Non sono qualità da poco; la maggior parte degli aeroporti è invece rumorosa e opprimente, e io ci passo sempre di malavoglia. Proprio per questo motivo viaggiare in aereo è per me il peggior modo di viaggiare; preferisco l'auto, o il treno, e perfino la nave, purché di notte, sebbene soffra il mal di mare.
Il mio volo per Varsavia sarebbe partito dopo venti minuti e, quindi, non avevo tempo da perdere prima dell'imbarco. Con valigia e tubo, ho percorso in tutta fretta centinaia di metri di gallerie tra le vetrine, salendo e scendendo con le scale mobili e con le scale immobili, lungo le quali ho iniziato a pensare che, al ritorno, avrei sicuramente spedito quel dannato bagaglio, pesante come un cane morto. Già, "cane morto": si dice così senza mancare di rispetto ai cani e riferendosi, credo, non ai chihuahua ma agli alani e alla difficoltà di trascinarli esanimi; frase dunque proverbiale e certamente immaginifica, pensata forse per la prima volta da un becchino veterinario o comunque da uno che non si era mai reso conto di quanto sia più difficile trascinare i cani quando sono in vita, e in buona salute, che non da morti.
Ad ogni buon conto il cane che portavo, nonostante le rotelle, non era un buon cane. Ho cominciato a sudare e, come se non bastasse, mi sono stropicciato e macchiato la maglietta giallo chiaro che indossavo sui jeans.
La scelta degli abiti adatti al viaggio è un'arte; un'arte che non possiedo. Negli aeroporti circola gente impeccabile, con camicie e pantaloni perfettamente stirati. Un tempo lontano, forse negli anni '70, si diceva costituissero un gruppo sociale, il jet set: tradotto più o meno alla lettera, "il gruppo che prende il jet" è davvero ridicolo. Oggi, fortunatamente, può viaggiare chiunque: infatti, accanto alle persone impeccabili, se ne trovano altre tutte sudate e con la maglietta gialla macchiata.
Mi permetto una piccola divagazione sulla mia persona. Tutti sanno che il mio problema con l'eleganza non si limita ai viaggi. Altezzosamente vorrei dire che è una scelta di vita. Questo ingenuo tentativo di nascondere una manifesta incapacità di vestirsi decentemente, però, non ingannerebbe nessuno; al massimo potrei convincere Biro, che peraltro non si preoccupa molto di cosa io indossi. Lui è superiore a queste cose e per se stesso trova giusto ridurre alle peggiori condizioni possibili tutto ciò che gli appartiene, per non apparire vanesio. Il suo stesso mantello, nonostante la folta criniera di peli sessuali ispidi che è solito mostrare eretti per fare bella figura con le femmine, ha l'apparenza di un misero saio francescano. Proprio come i monaci d'un tempo, peraltro, non usa scarpe e la pianta dei piedi s'è fatta ruvida, callosa e nera. Come loro, non fa manicure e lascia che le unghie si consumino con l'uso. Ancora come loro, a causa di questo stile trasandato, quando dispensa affetto e ruvide carezze non sempre è gradito alle ragazze.
L'aereo per Varsavia era minuscolo - sedici file di soli tre posti; il corridoio si percorreva chinando leggermente la testa, per uno della mia altezza, o piegando un po' la schiena, per chi superasse il metro e ottanta. Le hostess parlavano polacco.
A bordo ho preso contatto, per la prima volta, con un'abitudine alimentare, rara in Italia e forse comune in qualche altro paese, ma certamente, come avrei appreso, molto diffusa a Varsavia: bere succo di mela centrifugato a colazione, pranzo e cena. Separato dalla polpa, il succo si presenta limpido, di colore giallo chiaro. A me piace molto; occasionalmente lo bevo anche a casa e in questo viaggio mi sono adeguato da subito, con piacere, all'usanza locale.
L'aeroporto Frédéric Chopin di Varsavia è piccolo. Dai cartelli promozionali ho appreso che transitano qui circa tre milioni di passeggeri all'anno; per confronto, l'aeroporto di Napoli Capodichino ha avuto 4.600.000 passaggi nel 2004. È quasi completo un secondo terminale, collegato al primo, che permetterà di superare i dieci milioni di passeggeri all'anno e che forse trasformerà una stazione di dimensione umana nell'ennesimo, insopportabile tunnel senza fine.
Al mio arrivo, ho trovato una vera ressa di gente in attesa di amici e parenti. Mentre mi giravo intorno per raccapezzarmi, sono stato abbordato due o tre volte da persone che offrivano un hotel o un taxi. Sapevo di doverne diffidare e mi sono diretto all'ufficio informazioni. Dopo meno di un minuto di attesa ho saputo dove trovare il servizio taxi ufficiale e il giusto prezzo da pagare per farmi portare in albergo.
Tutta questa confusione mi mette allegria. Vado.
Uomini e tassisti
A priori non ho sfiducia nei tassisti, anche se in passato ne ho incontrati di abbastanza particolari. Si tratta sempre della stessa occasione: il percorso da qualche aeroporto al centro, o viceversa; perché per gli altri tragitti preferisco le metropolitane o le lunghe camminate, mentre invece cerco, per quanto posso, di evitare gli autobus.
Una sera, non ricordo più dopo quale trasferta, tornavo a casa per l'appunto in taxi. L'autista, pensando forse di fare cosa gradita e rendere più breve il viaggio, o più probabilmente per dimostrare la sua abilità di guida, percorse allegramente la tangenziale di Napoli spingendo la sua Lancia Thema oltre i 180 Km/h. Questo atteggiamento, credo a buon diritto, mi mise leggermente in allarme.
Gli autisti da Formula 1 si alternano a quelli che cercano, magari con qualche trucchetto, di fregare i clienti. Quella dei tassisti è una clientela particolare: è clientela anaffettiva. A proposito, ringrazio Mariella per aver arricchito il mio vocabolario di questo termine un po' ricercato, rivolto ovviamente a me e non a un tassista, non foss'altro perché eravamo a casa e non si vedevano taxi in giro; ma non divaghiamo.
Clientela anaffettiva, dicevo, perché, che si trovi bene o male per il servizio, non tornerà più a prendere lo stesso taxi; e questa inusuale circostanza dà coraggio ai furbetti. Ad esempio, a Genova un tassista sosteneva di avermi dato, in resto, una banconota che non avevo affatto ricevuto. Per chi stesse maliziosamente pensando a un nesso con la proverbiale tirchieria di chi vive sotto la Lanterna dirò subito che mi sono capitate cose del genere anche in altre città. Ricordo distintamente il benvenuto che mi fu dato in Spagna; il tassista arrotondò sapientemente la tariffa, contando sulla mia evidente inesperienza con la lingua e con il cambio. Si tratta di storia vecchia, l'euro era di là dal venire.
Al mio arrivo a Varsavia mi sono trovato in una situazione molto diversa. Ho chiesto al conducente se per caso parlasse italiano. "No, Sir, sorry Sir, I only speak a little English". Gli ho spiegato che la mia domanda era basata sull'idea che l'italiano si fosse recentemente diffuso, in Polonia, grazie al numero così elevato di emigranti polacchi che vengono da noi; ma il suo sguardo mi ha subito fatto capire che non deve essere così.
L'educatissimo signore parlava inglese discretamente e comunque, direi, meglio di me. Gli è bastato avere il la: "What do you think here in Poland of the European Union?", per iniziare un discorso lungo e ampio, che ha toccato temi quali il suo stipendio, quello di sua moglie, quello dei polacchi in generale; la disoccupazione; le vacanze; le case e le seconde case. Mi ha poi chiesto di comparare i nostri guadagni, senza peraltro sapere che lavoro facessi. A questo scopo, mi ha fatto calcolare quanti litri di benzina posso comprare col mio stipendio in un mese, per fare il confronto con quelli che può comprare lui. Dal modo in cui lo ha proposto, mi sono fatto l'idea che abbia usato questo trucco già altre volte in passato. L'unità di misura che ha scelto è davvero un'unità di misura da tassista (come ha argutamente osservato ex post un mio collega, fisico come me) e offre i suoi vantaggi, perché la benzina è dovunque bene primario. Vorrei trattenermi, ma non ci riesco, vi rifilo qualche commento sul litro di benzina come unità di misura. L'ampia disponibilità è importante e utile: immaginate che disastro usare un litro di kerosene conservato al Museo di Sevres insieme al vecchio regolo di Platino-Iridio. Soffre però anche di svantaggi, legati al fatto che, per il livello di tassazione che cambia tanto da paese a paese, ha un prezzo poco correlato al famigerato barile di petrolio, di cui sentiamo spesso parlare nei telegiornali.
Divago sul barile: mi è capitato qualche anno fa di valutare, durante un'esercitazione in aula con i miei studenti, a quanti litri, e poi a quanti metri cubi, corrispondesse il barile (perché il barrel è un'unità anglosassone ben definita, come lo sono inches e feet). Ovviamente, il valore l'avevo prima cercato sull'enciclopedia: 159 litri. Forse proprio per questa mancanza di suspence l'esercitazione non mi ha entusiasmato e in aula il conto non l'ho fatto più. Ma ora lasciatemi concludere la digressione anticipando i vostri sentimenti su questa interessante questione. So che pensate "Chi se ne frega!" Non me la prendo, ho scritto queste cose per deontologia professionale e non per far sorridere (se avessi voluto, mi sarebbe bastato ricordare che anche il petrolio che riempie il barile esce da un ugello, ma sono un fisico e non un ingegnere).
Tornando al nostro confronto, è risultato che io mi posso permettere di acquistare il doppio di benzina. Se avessi fatto questo giochino con un autista italiano forse avrei perso o almeno non avrei vinto di tanto. Il risultato mi ha lasciato comunque molti dubbi. Fondamentalmente, non mi convince l'idea che il litro di benzina sia il giusto metro della qualità della vita. Stando ai dati di qualche anno fa, il prodotto interno lordo pro capite, in Polonia, è circa un quarto di quello italiano; ma neanche il PIL mi sembra un parametro del tutto corretto. Purtroppo, non so proprio quale possa essere quello giusto e mi fermo qui senza aver trovato una risposta.
Il mio tassista di Varsavia era un uomo molto simpatico. Il desiderio di spiegare la propria situazione diventa qualche volta un'esigenza che prorompe in un eloquio inarrestabile. Mi ha portato alla mente un'altra persona che ho conosciuto occasionalmente, un ragazzo afgano che gestiva una singolare pizzeria a Londra. Anche lui parlava e parlava: mi parlò alla fine forse per mezz'ora, senza che io potessi intervenire più di tanto, mentre aspettavo insieme a Marco una porzione di pizza afgana; poi parlò ancora per tutto il tempo che mio figlio si prese per trangugiarla. Io sono più riservato: i miei commenti sulla pizza afgana li tenni per me.
L'autista polacco aveva una pronuncia molto chiara; il ragazzo afgano, per quanto fosse trapiantato a Londra già da anni, francamente no. Io quasi non lo capivo; o meglio, capii solo una piccola frazione delle cose che mi andava dicendo. A parte un po' di invettive antiamericane e un'apertura di credito nei confronti degli italiani (che innegabilmente mi sollevò), non riuscì, nonostante la foga, a comunicarmi molto; ma io abbozzavo e sorridevo sempre, sicché, forse, lui non ebbe il sospetto di parlare a vuoto.
Il tassista era ottimista e convinto che le cose sarebbero andate meglio, per la Polonia, nel prossimo futuro. Dalle sensazioni che ho poi avuto ne sono rimasto convinto anche io, almeno quanto sono convinto che, al contrario, in Italia andranno peggio.




